The Zen Circus – L’ultima Casa Accogliente

The Zen Circus – L’Ultima Casa Accogliente
Con l’avvento dell’itpop e la morte della scena indie mi sono ritrovato a dover fare i conti con me stesso e con tutta la musica vissuta e ascoltata negli ultimi quindici anni. Per quanto mi riguarda è stato come vivere un sogno lunghissimo, l’illusione che potesse davvero esistere un mondo di mezzo fra la musica che mai sarebbe andata oltre ai garage utilizzati come salette e la musica che riempie i palazzetti. Fino a un certo punto tutto sembrava funzionare alla grande, ma con il procedere degli anni, quella comunità che sembrava basata su amicizia, voglia di fare e passione, si è spaccata sempre più, prima perdendo tutta la parte orientata verso il pop, poi svuotandosi di tutte quelle band che potevano fare da punto di riferimento. Il risultato è stato che di tutto quello che esisteva non è rimasto altro se non una rete totalmente frammentaria, disorganizzata e non in grado di riprendersi. Molte cose si sono fermate (io per primo con la DreaminGorilla Records), altre stanno provando ad andare avanti, ma faticano a trovare lo stesso entusiasmo di un tempo, pochissimi sono i nuovi che si affacciano a questo mondo.
In preda a questa mia disillusione esistenziale/musicale non ho potuto fare altro che provare a capire che cosa sia andato storto in questo lungo percorso e, fra le varie ipotesi a cui ho pensato, una mi è venuta in mente ascoltando “L’Ultima Casa Accogliente”, il nuovo album degli Zen Circus.
Era da almeno sei anni che non sentivo un loro lavoro, convinto che, a partire da “Canzoni Contro La Natura”, avessero cominciato a perdere smalto come punk rocker all’italiana. Probabilmente mi sbagliavo fortissimo, visto che è proprio da quel momento, invece, che hanno incominciato ad ampliare a dismisura il loro pubblico, approdando al Festival di Sanremo nel 2019, pubblicando altri tre dischi e passando infine sotto major. Il suono proposto dal trio toscano è ora completamente focalizzato sul pop, ripulito di ogni elemento folk/busker e votato a non voler mai andare al di fuori delle righe. Sentirli suonare in questo modo, capendo che nella loro musica ci sia più mestiere che passione (nonostante i testi di Appino risultino ancora forti, personali e d’impatto), mi ha fatto pensare che vederli così, accasati sotto major, con il piglio da band affermata e da pubblico nazionalpopolare, era un futuro che si poteva intuire già quasi quindici anni fa.
A quel tempo c’era ancora MTV che funzionava e l’industria musicale, seppur in crisi a causa di internet, non aveva ancora completamente abbandonato la musica alternativa. Zen Circus, One Dimensional Man, Tre Allegri Ragazzi Morti, Giardini Di Mirò, Julie’s Haircut, Offlaga Disco Pax, grazie anche ad eventi quali il Tora! Tora! Festival e Il Paese E’ Reale, erano tutti nomi che passavano in televisione e che cominciavano ad emergere con forza dal sottobosco indie che ribolliva lontano dalle luci dei riflettori. Al momento del grande salto, però, qualcosa non funzionò e, vuoi che cominciavano ad esserci davvero pochi soldi, vuoi che puntare sui talent e gli artisti costruiti a tavolino era decisamente più conveniente e redditizio, tutte quelle band e artisti (ma anche altri nomi ancora) rimasero completamente appiedati. La scena indie e l’idea che potesse esistere un mondo musicale “di mezzo” che fosse in grado di autosostenersi nacque in quell’esatto momento. Quei nomi che miravano a far carriera rimasero imprigionati in un limbo di cui rapidamente divennero gli eroi. Il fatto di poterci avere a che fare direttamente, potergli parlare, poter diventare loro amici, fece nascere un nuovo entusiasmo, basato sull’idea che l’industria musicale non fosse un qualcosa di lontano e con cui è difficile rapportarsi, ma invece un qualcosa di vicino e alla mano, tenuto in piedi più dalla voglia di fare che dai soldi e dalle logiche commerciali. Il numero delle band si moltiplicò e così anche le etichette e gli uffici stampa. Tutti dettero il loro contributo e, nel giro di poco tempo, grazie anche a internet e al suo potenziale, nacque come una sorta di grande famiglia in cui supportarsi a vicenda era la regola fondamentale.
La situazione, però, se si fossero guardate le cose in modo più oggettivo, non era così splendente come poteva sembrare. La maggior parte di quei nomi che erano stati bloccati dalla crisi discografica non ambivano a diventare eroi dell’indie, ma continuavano costantemente, sottotraccia, a cercare un modo per raggiungere il successo, mentre la scena, del resto, a causa della costante difficoltà economica in cui versava, stava in piedi per miracolo ed era costretta, quasi sempre, a rilanciare al ribasso. Buona parte dell’ala più pop dell’indie, infine, già metteva in chiaro che ambiva ad esplodere e a lasciare quel mondo il prima possibile.
Le prime avvisaglie della fine si ebbero quando emersero Lo Stato Sociale e I Cani. I primi conquistarono la città di Bologna, i secondi la Capitale. Con un sostegno così forte dalla loro parte, arrivare alle orecchie dell’Italia intera fu un gioco da ragazzi e così, grazie anche all’ascesa di Calcutta a metà anni ’10, arrivò il colpo di grazia: come un fulmine a ciel sereno l’indie si trasformava in pop da classifica, dando alle fiamme tutto quello che negli anni precedenti si era provato a costruire con fatica. La scena cominciò a svuotarsi e, complice un rinnovato interesse nei confronti della musica alternativa da parte della grossa industria discografica, quei nomi che erano rimasti piantati alcuni anni prima, ripresero a crescere senza curarsi particolarmente di quel mondo che per lungo tempo li aveva sostenuti. Il pubblico si polarizzò sempre più sui grandi eventi e tutte le varie nicchie e derivazioni che si erano create cominciarono a crollare una dopo l’altra, quasi senza lasciar più traccia di sé.
Probabilmente sono l’unico sulla faccia della Terra che ascoltando “L’Ultima Casa Accogliente” riesca ad avere visioni apocalittiche di questo genere, ma sono convinto che, nonostante ciò, questo disco sia una delle testimonianze di come sia cambiata radicalmente la musica indipendente nel corso degli ultimi 10-15 anni. La band toscana, completamente ripulita e tirata a lucido, punta tutto sui testi di Appino, autore che, pur rimestando sempre nello stesso calderone, riesce lo stesso a dimostrare di aver talento. I pezzi corrono via lisci come l’olio, riempiendo di emozioni facili e trascinando con ritornelli tutti da cantare. Appesi Alla Luna, ad esempio, dolce ballata per adolescenti innamorati, scalda il cuore come non mai, mentre Come Se Provassi Amore, accattivante e spigliata quanto basta, rapisce con i suoi ariosi refrain. La title track, piazzata al fondo del disco, prova a sperimentare e a costruire qualcosa di più strutturato, mescolando atmosfere scure e rock anni ’70 (interessante il lavoro fatto dal basso e la coda strumentale). A farsi notare, ancora, sono l’iniziale Catrame, classica canzone in stile Zen Circus in cui melodie solari si mescolano a liriche politico/polemiche/esistenziali, e le aperture cariche di amarezza di Cattivo. Bestia Rara, infine, sarebbe anche lei della partita, se solo non si perdesse completamente nella seconda parte.
Gli Zen Circus hanno preso il largo da ormai diversi anni e, forti di una carriera ventennale, non hanno problemi a sfruttare tutta la propria esperienza per costruire un prodotto che sia il più adatto possibile ai propri obiettivi. L’istintività e il guizzo creativo vengono domati e tenuti a bada, lasciando che a prendere il sopravvento sia la voglia di mediare e di raggiungere un pubblico che sia il più vasto e popolare possibile. Nel mentre, un’intera scena ha esaurito tutte le cartucce che aveva a sua disposizione, implodendo e lasciando spazio, si spera, a un nuovo mondo ancora tutto da costruire. Io, ancora sconfitto da come siano andate le cose, continuo a ripensare a cosa sia successo, a formulare ipotesi e a scrivere recensioni fuori di testa come questa. A che cosa serva tutto questo non lo so, ma di sicuro parlarne e discutere insieme mi sembra la cosa più bella che si possa fare.
(15/01/2021)

Voto: 7,5