Phoebe Bridgers – Punisher

Phoebe Bridgers – Punisher
Non saprei spiegarne il motivo in modo preciso, ma devo ammettere che fin da quando ho cominciato ad ascoltare musica mi sono sempre ritrovato fra le mani, in prevalenza, dischi fatti da artisti uomini piuttosto che da artiste donne. Credo che la causa principale di ciò sia dovuta al fatto che, all’interno dei generi e delle scene musicali che ho sempre seguito, il numero delle donne era sempre esiguo e il ruolo abbastanza secondario. Con questo non voglio dire che non ho mai avuto nomi femminili del cuore, ma semplicemente che se dovessi ragionare in base al genere non mi è mai capitato di imbattermi in un movimento musicale di mio interesse che fosse portato avanti prevalentemente da donne.
Durante il periodo di lockdown, però, frugando su Youtube in cerca di cose nuove da sentire, mi sono imbattuto in Julien Baker e, subito dopo, in Lucy Dacus, Phoebe Bridgers, Soccer Mommy, Skating Polly e Snail Mail. Improvvisamente mi si è aperto un nuovo mondo e, per la prima volta, era tutto al femminile. Giovani artiste che seguendo ognuna un proprio percorso (indie, pop, folk, emo), si sono poi ritrovate ad incrociare le loro strade, dando vita, in modo quasi inconsapevole, a quella che io vedo come una nuova scena, fondata su amicizie e collaborazioni.
Vorrei parlarvi per ore di ognuna di esse perché credo che ne valga davvero la pena, ma essendo che proprio pochi giorni fa è uscito “Punisher”, il nuovo album di Phoebe Bridgers, mi sembra il caso di soffermarsi solo su di lei, consigliandovi comunque di approfondire tutti gli altri nomi citati.
Phoebe Bridgers è nata nel 1994, viene da Los Angeles ed ha almeno quattro anni di carriera alle spalle. In questo ridotto lasso di tempo ha pubblicato almeno due ep, preso parte a due progetti paralleli (Boygenius con Julien Baker e Lucy Dacus; Better Oblivion Community Center con Conor Oberst) e dato alle stampe “Stranger In The Alps”, album d’esordio di assoluto valore. Il nuovo lavoro, in coerenza con quanto già pubblicato in precedenza, si sviluppa su undici brani in grado di combinare sapientemente umori pop e pensierosità folk, dando vita a un suono dimesso e malinconico, caldo e sincero, in grado di abbracciare e coinvolgere l’ascoltatore.
L’aprire notturno e misterioso di DVD Menu (breve intro dell’intero album), lascia che a schiudersi sia, subito dopo, la delicata bellezza di Garden Song, brano toccante costruito su pacifici arpeggi di chitarra e parole semplici quanto coinvolgenti. La successiva Kyoto, frizzante e solare nel suo procedere, rapisce il cuore con la sua luminosa dolcezza (nonostante il testo suoni più che doloroso), facendo il paio con l’altrettanto ottima I See You, collocata più avanti nel disco. Nel mezzo trovano spazio la fragilità emotiva della title track, la timidezza sonora di Halloween e il fascino sofferto di Moon Song. A chiudere, invece, ci pensano Graceland Too e I Know The End, entrambe cantate insieme alle amiche Julien Baker e Lucy Dacus (il primo pezzo è più orientato su sonorità folk, il secondo è caratterizzato da una coda dal timbro orchestrale).
Con il precedente album Phoebe Bridgers era riuscita a creare un piccolo mondo confortevole, in cui chiudersi a riccio e prendersi male con dolcezza era un’azione che assumeva un nuovo e intenso fascino. Con “Punisher”, invece, le cose cambiano leggermente: l’intensità emotiva e la qualità delle canzoni resta simile, non lasciando spazio alla benché minima imprecisione, ma il taglio dato all’intero lavoro è più indirizzato verso il creare aperture, collegamenti, confronti. C’è un’evoluzione dal punto di vista della maturità e della consapevolezza artistica e ciò è sicuramente il valore aggiunto che rende l’intera opera una delle migliori uscite di questa prima parte di 2020.
(25/06/2020)

Voto: 8