La Fortuna – Vento Forte

La Fortuna – Vento Forte
Ci sono dei dischi per cui non c’è veramente niente da fare, fin dal primo ascolto entrano nella tua vita e, per quanto uno ci provi, non c’è modo poi di toglierseli di dosso. Non è solo perché contengono musica di valore, ma anche perché, in un certo senso, segnano il passo, riescono a dare una lettura lucida e precisa del momento, sia per quanto riguarda l’evolversi di un percorso musicale, sia per quanto riguarda la situazione storica e sociale che si sta vivendo. Alcuni sono dischi riconosciuti in modo assoluto, altri diventano punti cardine per una determinata scena.
Il nuovo ep de La Fortuna, per quel che mi riguarda, rientra in pieno in quest’ultima categoria. Lui si chiama Andrea Cichellero, arriva dal Veneto e “Vento Forte” è praticamente il suo disco d’esordio. Le quattro canzoni che compongono il lavoro condividono un unico universo sonoro che combina il meglio del folk degli ultimi quindici anni con elementi dream pop e slow core. Detto così non sembra di aver di fronte qualcosa di così innovativo, ma, nella realtà dei fatti, il modo in cui l’insieme viene sviluppato lascia davvero a bocca aperta. Con Melting Pot, ad esempio, sembra quasi che il concetto di ballad alternative rock di inizio anni ’00 venga completamente destrutturato e ridotto all’osso. Tutto si rallenta e diventa altro, sprofondando in un malessere esistenziale che non trova mai pace, oscillando costantemente tra spoglie note di chitarra e un’intensità vocale difficile da contenere. Ad aprire, invece, c’è la delicatezza infinita di Moonfire, costruita su morbidissime melodie e un raffinato sovrapporsi di voci e riverberi. Da una parte si genera un profondo senso di pace, ma dall’altra una grande inquietudine, pronta a farsi spazio alla minima occasione. E’ un po’ come lasciarsi galleggiare in mezzo a un lago, solo che si è sotto il pelo dell’acqua quanto basta per non riuscire a respirare. In Remedy In Blue ciò che colpisce maggiormente è l’incredibile equilibrio fra vuoti e pieni che si viene a creare, con le note di chitarra costantemente sul punto di spegnersi e la voce sempre pronta a legare insieme, espandendo gli orizzonti talmente tanto da lasciare brillare un lontanissimo barlume di speranza. Con 5:23, infine, è come andare alla deriva nello spazio profondo, abbandonarsi a un moto in espansione contro la quale non c’è modo di opporsi, consapevoli che la solitudine sarà infinita, ma, nonostante tutto, terribilmente affascinante.
Andrea Cichellero pubblica un lavoro brevissimo (nemmeno 20 minuti complessivi di durata), ma quello che ci mette dentro è davvero tantissimo. Con una chitarra, un’ottima voce e un’effettistica piuttosto minimale, riesce a dare vita a un suono incredibilmente profondo e coinvolgente, in grado di aprire nuove prospettive e di ridare fiato a una scena indie/underground ormai quasi completamente soffocata. Un esordio che sa di nuovo e di vivo, di quelli che, come detto all’inizio, lasciano il segno.
(14/11/2020)

Voto: 8