Julien Baker – Little Oblivions

Julien Baker – Little Oblivions
Quando è uscito il primo singolo estratto da “Little Oblivion”, l’ultimo lavoro pubblicato da Julien Baker, devo ammettere che mi è piaciuto, ma che non mi è sembrato così eccezionale, immediato e d’impatto come mi sarei aspettato. Preso dal sospetto che la cantautrice americana potesse aver compiuto un mezzo passo falso, quindi, quasi come per scaramanzia, ho cominciato a rimandare l’ascolto di giorno in giorno, facendo passare quasi un mese. Ad inizio della scorsa settimana, però, ho capito che era inutile continuare ad evitare la cosa e ho scelto di farlo partire. Al primo ascolto, sarò sincero, ho avuto l’impressione che i miei timori fossero tutti più che fondati, ma coi passaggi successivi le critiche che avrei mosso all’inizio si sono rapidamente levigate, lasciando posto a un giudizio più ragionato ed equilibrato: il nuovo album di Julien Baker è probabilmente un gradino sotto rispetto ai dischi precedentemente pubblicati, ma non per questo merita di essere trascurato o messo via in poco tempo.
Il problema principale di “Little Oblivion”, come spesso succede, è che mette tutti i pezzi migliori nella prima parte, lasciando il resto del minutaggio in mano a canzoni più deboli e meno efficaci. Il punto di forza, invece, è che prova a smarcarsi dalla precedente produzione, concentrandosi sul costruire brani che non siano più solo chitarra/pianoforte e voce, ma un insieme strutturato di strumenti che, insieme al cantato, danno vita a un qualcosa di più ampio respiro. L’iniziale Hardline, con quegli accordi di synth a fare da introduzione e da tratto distintivo, ne è l’esempio lampante: Julien Baker non è più la ragazza timida che nasconde un mondo immenso nel suo cuore, ma una cantautrice consapevole di sé che vuole fare arrivare le sue parole il più lontano possibile. La successiva Heatwave prosegue sulla stessa linea d’onda, riuscendo ad emozionare forse ancora di più. E’ puro male di vivere, pieno di malinconica dolcezza e voglia di solitudine. I timidi e lontani arpeggi di Faith Healer, invece, avvolgono l’ascoltatore con la loro apatia, lasciando che a sostenere l’insieme ci pensino batteria, pianoforte ed inserti elettronici. Crying Wolf, ritornando su strutture più legate al passato, assume toni notturni che qualcosa hanno in comune con l’ottimo “Punisher” di Phoebe Bridgers, la quale, a sua volta, accompagnata da Lucy Dacus, è pronta a dare forza ed intensità alla corale Favor (i ritornelli si piantano nel cuore fin dal primo momento). Nel mezzo troviamo il sound più solare e speranzoso di Relative Fiction, brano forse un po’ troppo lineare e monocorde, il taglio aperto e leggero (si fa per dire) di Ringside, oppure l’insipido pulsare elettro-synthtetico di Bloodshot, in cui si incastona la pregevole frase riportata in copertina “there is no glory in love, only the gore of our hearts”. La conclusione, invece, guidata da Repeat e Highlight Reel, entrambi pezzi in cui molto, molto vagamente, si possono intravedere somiglianze con il Tycho dei tempi migliori, si completa con il non così fondamentale dialogo voce/pianoforte di Song In E e il malinconico e notturno chiudere, in stile The National, di Ziptie.
Julien Baker ha composto un disco dove il numero degli strumenti a disposizione si è fatto più ampio e in cui l’importanza della voce è stata messa leggermente in secondo piano. Non c’è la stessa forza emotiva dei dischi passati, ma non per questo manca passione, valore artistico ed ispirazione. Tutto suona più equilibrato (se fossi crudele direi “piatto”), ma è lampante che sia il prezzo da pagare nel momento in cui si prova ad intraprendere direzioni differenti rispetto al passato. “Little Oblivions” è un disco di transizione e prendere atto di ciò è il modo migliore per cominciare a goderselo.
(27 Marzo 2021)

Voto: 7