Citizen – Life In Your Glass World

Citizen – Life In Your Glass World
Per quanto mi riguarda, i Citizen sono una delle migliori band dell’attuale scena emo americana (anche se ormai fanno palesemente alternative rock/pop), ma, allo stesso tempo, li vedo anche come una delle più grandi “truffe”, in ambito musicale, a cui abbia mai assistito.
Amo tantissimo i loro dischi, in particolare “Youth” per la sua notevole carica emotiva e “As You Please” per aver riequilibrato con intelligenza e passione il mezzo passo falso compiuto con “Everybody Is Going To Heaven”. Non ho mai apprezzato, invece, la loro presenza scenica e la loro effettiva abilità come musicisti. Provate a cercare un loro live e nel 99% dei casi vi posso garantire che li troverete statici, impacciati, apparentemente fuori luogo, costantemente a rischio errore e, di conseguenza, concentratissimi sul cercare di non farne. Il fascino della band, secondo me, sta proprio in questo forte contrasto: a vederli non scommetteresti un centesimo su di loro, a dargli spazio, però, ti renderesti conto che le idee, il gusto e la volontà che hanno suppliscono in pieno ai difetti “tecnici” che invece si portano dietro.
Il loro quarto album si intitola “Life In Your Glass World” ed è l’ennesima prova del valore dei Citizen. Il suono, già dall’iniziale Death Dance Approximately si fa carico di energia e potenza, sviluppando melodie accattivanti e inserendo elementi alternative rock e post punk. Il ritmo diventa elemento preponderante e così il rullante di I Want To Kill You o le chitarre di Black And Red, danno corpo a due pezzi incredibilmente trascinanti che potrebbero tranquillamente essere stati scritti dai Block Party. Fight Beat, invece, è a tutti gli effetti un esperimento elettro/dance/new wave in cui, partendo da una solida linea di basso, si ha l’impressione di essere catapultati in un club di quelli seri, in cui si passa solo elettronica raffinata. In mezzo a questi momenti atipici, ritroviamo i Citizen a cui eravamo più abituati, anche se l’umore sembra molto più solare rispetto al passato. La delicatezza malinconica di Blue Sunday diventa avvolgente quando si passa ai ritornelli, mentre l’intimo accarezzare di Winter Buds, scalda il cuore con il suo raccontare di mille insicurezze.
La band di Toledo, come detto, smarcandosi in larga parte dalle influenze emo che la caratterizzavano (ma che già con il precedente “As You Please” cominciavano ad essere elemento secondario), si riscopre alternative rock e, a tratti, post punk. Il livello generale dell’opera rimane qualitativamente elevato, anche se, in lontananza, comincia ad intravedersi l’ombra della sovra-produzione e della fredda impersonalità. Dal vivo probabilmente continueranno ad essere insipidi e fuori posto, ma in sala di registrazione, per ora, grazie anche al nuovo studio di Mat Kerekes, continuano a creare musica degna di nota.
(02/05/2021)

Voto: 7